Tutte le balle sulla scuola!

classe-banchi-vuoti-a-scuolaDa quando Renzi ha deciso di strumentalizzare il mondo della scuola per i suoi fini propagandistici e mediatici, e da quando gli organi d’informazione si sono accodati scrivendo di tutto e di più sulla scuola, sono puntualmente ricomparsi tutti i pregiudizi che, alimentati da qualche dato errato, vengono sbandierati dalla maggioranza dei commentatori per dipingere una realtà distorta e deformata della scuola italiana.

Il primo rapporto internazionale sull’efficienza della spesa per istruzione smonta molte di queste fandonie, indicando quali sono alcune delle priorità per la scuola italiana.

Partiamo dai dati certi e incontrovertibili: l’Italia è agli ultimissimi posti in quanto a spesa per istruzione in rapporto al PIL con il 4,2% contro la media UE del 5,4%. Il dato è ancora più deprimente se raffigurato rispetto alla spesa pubblica: la percentuale di quest’ultima destinata alla scuola è 8,5 (dati 2011), contro una media UE 27 di quasi 11%!

Il trend degli ultimi anni è di continui tagli, soprattutto nel periodo della crisi, mentre quasi tutti i paesi europei hanno aumentato la spesa pubblica per il comparto istruzione (qui un link di approfondimento http://tagli.me/2013/05/13/istruzione-e-spesa-uno-sguardo-sullitalia-e-un-confronto-con-leuropa).

 

Questo dato è la premessa indispensabile a ogni discorso sulla scuola: bisogna aumentare la spesa pubblica in istruzione (pubblica statale), senza se e senza ma. Quando si parla di razionalizzazione, tagli degli sprechi ecc… in realtà si preparano ennesimi tagli al comparto.

 

1. L’Italia spende tutta la spesa per la scuola in stipendi: prima balla, anzi mezza verità. La Gelmini fu la prima che iniziò a utilizzare questo slogan per giustificare i tagli degli organici. Se quasi il 90% della spesa per istruzione va in stipendi, è perché questa spesa è troppo bassa, non perché ci sono troppi docenti! Se si portasse la media della spesa pubblica ai livelli europei, la percentuale ovviamente rientrerebbe in linea con gli altri paesi e ci sarebbero le risorse per gli investimenti.

Inoltre l’Italia in queste statistiche paga sempre un’anomalia contabile: i docenti di sostegno (circa 1/7 del totale) solo in Italia vengono ricompresi tra i docenti, mentre all’estero le figure di supporto non sono comprese nel corpo docente, ma risultano come figure ausiliarie.

 

2. Troppi insegnanti: in Italia c’è un rapporto docenti/alunni elevato. Falso! Come per i docenti di sostegno (figura presente solo in Italia), negli altri paesi ci sono tutta una serie di figure di supporto alle attività didattiche che non vengono ovviamente calcolate nel computo dei docenti, pur essendo sempre presenti in classe; in Italia invece queste figure di fatto non esistono, anche a causa delle esigue risorse a disposizione delle scuole, e tutto è sulle spalle dei docenti.

La realtà è quindi ben diversa: anzi, il problema è proprio nel fatto che in Italia ci sono troppi alunni per classe, come rileva la recente indagine internazionale di cui sopra. Se si aumentassero i docenti (abbassando il rapporto docenti/alunni), la qualità dell’insegnamento aumenterebbe. Quindi non solo è necessario assumere tutti i precari, ma occorrerebbe diminuire il numero di alunni per classe aumentando il corpo docente.

 

3. I docenti italiani lavorano poco. Falso! Partendo dal presupposto che è molto difficile esprimere numericamente l’impegno di un docente, che può variare sia in base alla materia insegnata, che al lavoro svolto didatticamente (un docente di lingua straniera ad esempio può avere fino a 9 classi, con relative prove scritte da correggere, lezioni da preparare, riunioni cui partecipare ecc…), e partendo anche dal presupposto che i docenti italiani sono tra i meno pagati d’Europa; premesso ciò, raffrontando le ore d’insegnamento in classe previste contrattualmente (le famose 18 ore, 24 per la scuola primaria) scopriamo che queste sono perfettamente in linea, se non superiori, alla media europea (per le superiori 17,6 contro le nostre 18; la media europea per le scuole medie è 18,1).

 

4. Nelle scuole ci vuole più autonomia per differenziare l’offerta didattica. Falso! Dopo le riforme degli ultimi anni, le scuole sono già autonome e possono modellare la propria offerta didattica ampliandola come meglio credono, utilizzando i docenti che vogliono dedicare più tempo alla scuola e che già adesso potrebbero farlo. Il problema è sempre e solo uno: le risorse. I fondi d’istituto (FIS) e in generale di miglioramento dell’offerta formativa (MOF) sono ampiamente insufficienti, e vengono talvolta decurtati anche in corso d’anno, com’è accaduto per finanziare il pagamento degli scatti stipendiali dei docenti. La realtà è che le scuole quasi sempre non solo non riescono a portare avanti i progetti che vorrebbero attuare, a cominciare da quelli di recupero, non essendoci i soldi, ma sono costrette a ricorrere ai contributi delle famiglie anche per le risme di carta A4, per il sapone o per la carta igienica. 

 

Ricordiamo infine che l’istruzione pubblica ha subito negli ultimi anni (governi Berlusconi e Monti) 8 miliardi di tagli; praticamente nulla è stato reintegrato né dal governo Letta, né dal governo Renzi.

I fatti, purtroppo, sono questi.

 

PS

Il M5S ha da subito chiesto, tra le altre cose, un piano per ripristinare i tagli (economici e didattici) degli ultimi anni, la fine del precariato con l’assunzione dei docenti precari, la lotta al fenomeno delle classi pollaio e l’avvio di un piano strategico programmatico e d’investimenti per la digitalizzazione della nostra scuola. Proposte ora ricopiate in parte dal premier Renzi, purtroppo solo a parole.  

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